…a proposito di tatuaggi e di cafoni

Mi permetto, da buon cafone (poi capirete il perché), una breve analisi sociale nella rovente prima settimana d’agosto: questa rilfessione nasce da un articolo di Francesco Merlo apparso il 3 agosto scorso sul “Venerdì” di Repubblica, dove il giornalista si lancia in una riflessione sul significato del tatuaggio (cliccando qui potrete vedere l’articolo originale). Cito testualmente:

“… ennesima conferma di quell’avanzata della linea della palma, di quel Meridione che conquista tutta la Penisola e rende sempre più napoletano il popolo italiano, sempre più estroverso ed espressionista e dunque anche volgare e tuttavia creativo e perciò sempre più tatuato…” “… il tatuaggio in Italia ha ovviamente perso tutti i suoi significati elitari, satanisti e devoti, esoterici e ornamentali, erotici e vezzosi, ed è diventato il segno definitivo della prevalenza del cafone
(Il grassetto è mio)

Questa ovviamente è un’analisi come un’altra e si può concordar o meno con essa. E’ uno dei modi di vedere e descrivere il significato del tatuaggio e la sua cultura (o sub-cultura come preferite) nel nostro Paese.

Però così come il giornalista si lancia in questa analisi (che a me pare molto debole ad esser franco) anch’io, benché sia un cafone napoletano, mi vorrei lanciare in un’analisi sociale. Diciamolo subito, io scrivo male e non sono un giornalista che scrive su “La Repubblica”, anzi io non scrivo affatto, se non sul mio blog (un blog cafone e, arrassusia, sudista!). Continua a leggere