I Briganti Salernitani (quarta puntata)

Io non sono colpevole di reati comuni poiché il mio stato, il mio carattere e la mia educazione non potevano mai fare di me un volgare malfattore; io non mi mossi e non agii che con intendimenti e scopi meramente politici; talché non si potrebbe chiamarmi responsabile di qualsivoglia reato comune che altri avesse per avventura perpetrato a mia insaputa contro la espressiva mia volontà e contro il chiarissimo ed unico scopo per cui la banda era stata da me radunata
Giuseppe Tardio (Piaggine 1834 – Favignana 1892)

Giuseppe Tardio è una figura controversa del brigantaggio salernitano. Sicuramente fu il capobanda più colto e politicizzato di tutti, ma nel suo curriculum non mancarono atti di banditismo violento anche se egli si vantò sempre di aver ricevuto direttamente da Francesco II, a Palazzo Farnese, il mandato di capeggiare i peones cilentani contro gli “invasori” sabaudi, e si proclamò, orgogliosamente, “Capitano Comandante l’armi borboniche“. Per due anni fu una spina nel fianco del nuovo Stato, che per frenare la sua arrembante azione impegnò guardia nazionale esercito e carabieniei in una terra difficile e sempre pronta a fare esplodere tutte le sue antiche inquietudini. Dai processi e dallo studio dei documenti di archivio risulta che gli uomini alle sue dipendenze, ancorché organizzati militarmente, non superarono il numero di duecento e che mai Tardio comandò azioni di guerriglia oltre il Cilento, dove invece fece sventolare la bandiera del Borbone su una decina di piccoli paesi.

A differenza di Giardullo, di Manzo e degli altri capibanda degli anni ruggenti del brigantaggio, Giuseppe Tardio sapeva leggere e scrivere e conosceva le leggi, la storia, la letteratura e l’arte perché aveva studiato con profitto nel Reale Collegio di Salerno e nel 1858, a 24 anni, si era laureato in giurisprudenza a Napoli. Da giovane professò idee nettamente antiborboniche tanto da finire in prigione per attività sediziosa sia nel giugno del 1859 che nello stesso mese dell’anno successivo. Il 10 dicembre del 1860 fece la conoscenza con il carcere di Laurino, dove ebbe dalle mani di un prete il proclama di Francesco II e, leggendolo, si convinse di dovere obbedienza al giovane re rimasto senza trono. Alla vigilia di Natale evase e si presentò a Palazzo Farnese, dove offrì i suoi servigi al comitato borbonico, ricevendo il mandato di organizzare la lotta armata nelle sue contrade. Continua a leggere

I Briganti Salernitani (terza puntata)

… Di fronte al pericolo di essere privati, sia pure soltanto in parte, della loro ricchezza che consente loro di mantenere una posizione di preminenza nei loro paesi, gli esponenti della ricca borghesia, che non si sono mai preoccupati dei bisogni e delle legittime aspirazioni delle classi più povere, si serviranno del movimento liberale per conservare le proprie ricchezze e mantenere le maggiori cariche cittadine, strumento di prepotenza e di angherie e mezzo per accrescere le proprie fortune. (Tommaso Pedio, La Basilicata Borbonica, Lavello 1986)

(continua dalla seconda parte)
… Quando i fatti assunsero la portata di una diffusa rivolta contadina e sociale, il governo affidò al generale Enrico Cialdini l’alto comando militare e la luogotenenza. Era luglio 1861 e Cialdini mise in campo il VI Corpo di Armata, composto da ventiduemila uomini. Non bastando a fronteggiare un fenomeno le cui proporzioni aumentavano di giorno in giorno, si ricorse alla Guardia Nazionale Mobile, imbottendola di ex camicie rosse.
Cialdini ottenne dei buoni risultati, ma ai moderati non piacquero i suoi flirt con la sinistra e in ottobre, Ricasoli affidò la responsabilità del 6° Gran Comandante Militare al generale Alfonso La Marmora, nominandolo anche prefetto di Napoli. Investito di poteri eccezionali, La Marmora ricorse allo stato di assedio, rese attivi i plotoni di esecuzione, riempì le carceri e mise il bavaglio a tutti quei giornali napoletani, che avevano la pessima abitudine di non nascondere quanto accadeva.
Ma non potè nulla con la stampa estera che diffuse dati agghiaccianti sulla guerriglia: da gennaio a ottobre 1861 si erano sollevati centinaia di uomini, i morti erano stati 9860, i feriti 10.640, sei i paesi distrutti, 918 case bruciate, 60 ragazzi e 40 donne uccisi, 13.629 gli imprigionati. Continua a leggere

I Briganti Salernitani (seconda puntata)

Le resistenze ad una revisione sistematica della nostra storiografia sono curiosamente molto forti ancora oggi, nonostante oramai si guardi al di la’ dei confini del proprio paese e si aspiri a diventare cittadini del mondo; spesso l’ostacolo è solo ideologico ma la storia non può essere studiata secondo le direttive del partito in cui si milita o di cui si condivide l’ideologia e il programma politico. Dobbiamo liberamente ricostruire il nostro passato anche se ciò significa porsi controcorrente con il risultato di non essere congeniali né agli storici di destra che di sinistra. (Tommaso Pedio, Economia e società meridionale a metà dell’Ottocento, 1999)

… (continua dalla prima parte) Tumulti anche a Palomonte, dove fu saccheggiata e distrutta la sede comunale, e nella più lontana Ricigliano. Qui il 21 ottobre 1869, verso il tramonto fu assaltato il corpo di guardia e un gruppo di rivoltosi, dopo aver trafugato i fucili, raggiunse la cancelleria, si impossessò delle urne con le schede del plebiscito e appiccò il fuoco alla stanza. Per cinque giorni il paese rimase in mano ai sediziosi e solo i soldati riuscirono a ristabilire l’ordine. Copioso sangue fu versato a Valva, invasa, la notte del 23 ottobre Continua a leggere

I Briganti Salernitani (prima puntata)

Gli uomini che non sanno il vero delle cose proccurano d’attenersi al certo, perché, non potendo soddisfare l’intelletto con la scienza, almeno la volontà riposi sulla coscienza.
(Giambattista Vico, La Scienza Nuova. IX)

… L’insorgere del brigantaggio politico e sociale ebbe una forte escalation anche nel Principato Citra, essendo incoraggiato e protetto, sia dai comitati borbonici sia da frange del clero più conservatore. L’ingresso di Garibaldi in Salerno, il 5 settembre del 1860, avvenne in un travolgente trionfo di popolo. Ma già dopo qualche settimana finirono sotto processo il sergente veterinario Michele La Mura, il sergente Pietro Ferrara, il cittadino Continua a leggere