Tumori in Campania: le parole irresponsabili di un ministro della Repubblica

Il ministro della Salute Renato Balduzzi il 1 agosto 2012 afferma:
«Non ho difficoltà a dire che da una parte la riflessione scientifica manifesta qualche non coincidenza in ordine alla valutazione sul rapporto causale tra inquinamento da rifiuti e patologie tumorali e su questo per intervenire è necessaria avere una maggiore contezza perché diversamente interverremmo in direzioni che potrebbero non avere un’efficacia» egli ha inoltre precisato che l’Istituto superiore di sanità (ISS) sottolinea come “oltre ai fattori ambientali vanno considerati anche altri fattori: stile di vita, accesso a diagnosi precoci”.
(grassetto mio)

Semplificando il ministro sostiene che non è certa la correlazione tra causa-effetto, ovvero tra la formazione di inquinanti e l’aumento dell’incidenza tumorale in Campania (nella zona nord di Napoli e prov. di Caserta); e continua dicendo che anche l’ISS considera altri fattori di rischio come lo stile di vita o l’accesso alle diagnosi precoci.

Andiamo con ordine.

L’Istituto Nazionale dei Tumori di Napoli “Fondazione G. Pascale” nella metà di luglio 2012 diffonde dati allarmanti: “aumento della mortalità tumorale fino al 47% nel Napoletano dal 1998 a oggi. Sono questi i dati diffusi dall’istituto per la cura dei tumori Pascale di Napoli, che parlano di una stretta correlazione tra l’emergenza rifiuti, i fumi tossici e l’aumento delle malattie”

Negli ultimi venti anni, riferisce infatti il Pascale, in provincia di Napoli (città esclusa) si sono avuti incrementi percentuali del tasso di mortalità per tumori del 47% fra gli uomini e del 40% tra le donne, incrementi che sono stati rispettivamente del 28,4% e del 32,7% anche in provincia di Caserta. Mentre in Italia, negli stessi ultimi venti anni, i tassi sono viceversa rimasti tendenzialmente stabili e al Nord sono addirittura diminuiti.

Secondo i ricercatori napoletani questo eccesso di mortalità è strettamente legato a cause ambientali e «richiederebbe maggiore attenzione da parte delle istituzioni». Non è la prima volta che il mondo scientifico lancia l’allarme. Nel 2004 fu «Lancet», la più prestigiosa rivista medica internazionale che coniò per queste aree il termine «triangolo della morte». Continua a leggere

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…a proposito di tatuaggi e di cafoni

Mi permetto, da buon cafone (poi capirete il perché), una breve analisi sociale nella rovente prima settimana d’agosto: questa rilfessione nasce da un articolo di Francesco Merlo apparso il 3 agosto scorso sul “Venerdì” di Repubblica, dove il giornalista si lancia in una riflessione sul significato del tatuaggio (cliccando qui potrete vedere l’articolo originale). Cito testualmente:

“… ennesima conferma di quell’avanzata della linea della palma, di quel Meridione che conquista tutta la Penisola e rende sempre più napoletano il popolo italiano, sempre più estroverso ed espressionista e dunque anche volgare e tuttavia creativo e perciò sempre più tatuato…” “… il tatuaggio in Italia ha ovviamente perso tutti i suoi significati elitari, satanisti e devoti, esoterici e ornamentali, erotici e vezzosi, ed è diventato il segno definitivo della prevalenza del cafone
(Il grassetto è mio)

Questa ovviamente è un’analisi come un’altra e si può concordar o meno con essa. E’ uno dei modi di vedere e descrivere il significato del tatuaggio e la sua cultura (o sub-cultura come preferite) nel nostro Paese.

Però così come il giornalista si lancia in questa analisi (che a me pare molto debole ad esser franco) anch’io, benché sia un cafone napoletano, mi vorrei lanciare in un’analisi sociale. Diciamolo subito, io scrivo male e non sono un giornalista che scrive su “La Repubblica”, anzi io non scrivo affatto, se non sul mio blog (un blog cafone e, arrassusia, sudista!). Continua a leggere

Allarme in San Giovanni a Carbonara: in pericolo gli affreschi della Cappella Caracciolo del Sole

Si tratta dei meravigliosi affreschi della Cappella Caracciolo del Sole nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara in Napoli.
Affreschi in pericolo per una paradossale incuria. Ero in visita con amici presso la chiesa ed entrato nella Cappella circolare mi accorgo della mancanza di un vetro nella parte alta a destra.
Si nota infatti la colatura della pioggia che entra dalla finestra e rovina gli affreschi (di seguito alcune foto scattate nella Cappella).

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Parlando con il custode apprendiamo che la richiesta di riparare il vetro (un semplice vetro moderno) è stata avanzata agli enti competenti (soprintendenza NdA) moltissime volte nell’arco di quasi un anno ma nulla si è mosso.

Vorrei lanciare una campagna “privata” per far riparare a spese della collettività QUEL VETRO affinché non ci vengano strappati pezzi di memoria, d’arte e di cultura.
Se qualcuno conosce l’iter burocratico per contattare la Soprintendenza può scrivere direttamente sul blog o contattarmi privatamente attraverso l’indirizzo mail: ammazzandomasaniello@gmail.com

Un po’ di storia sulla Cappella

Si tratta dunque della Cappella della Natività della Beata Vergine Maria, avvolta dagli affreschi di Leonardo da Besozzo e Perinetto da Benevento; fatta edificare in chiave araldica nel 1427 in un vano posteriore all’abside, al di là delle cariatidi del monumento sepolcrale di re Ladislao, da sempre destinata ad accogliere il mausoleo di Sergianni Caracciolo.
Terzogenito dei Caracciolo dalla parte di Francesco, col titolo di duca di Melfi restituitogli solo in età aragonese, come lo ricorda l’epigrafe dedicatoria posta sulla parete dove poggia il mausoleo, notaio e cavaliere alla corte del sovrano angioino, nominato Gran Siniscalco del Regno a partire dall’indubbia posizione di favorito che gli ottenne la intima relazione con la Giovanna seconda regina di Napoli rimasta praticamente sola al comando, alla quale volle, il Siniscalco, mostrare personale radicamento politico e non religioso alla corona, fatto per cui, tradizione vuole, che la stessa regina ne comandò l’assassinio nelle sale di Castel Capuano a Napoli dai sicari del regno una notte d’agosto del 1432. Continua a leggere

Una petizione per la Biblioteca dei Girolamini

riprendo un articolo comparso il 30 marzo 2012 su “Il Fatto Quotidiano” a firma di Tommaso Montanari

Per andare alla petizione on-line cliccare qui

Come mettere Nerone a capo dei vigili del fuoco: la gestione Mibac è sempre più farsesca. Il Fatto Quotidiano, 30 marzo 2012 (m.p.g.)
La figura chiave di questa storia è il nuovo direttore della biblioteca napoletana dei Girolamini: il ‘professore’ Marino Massimo De Caro, che incontro assorto nel maneggio dei volumi più pregiati della collezione, tra pile di libri preziosi incongruamente poggiate sul pavimento, lattine vuote di Coca cola che troneggiano sugli antichi banconi, un’avvenente ragazza ucraina a condividerne l’alloggio conventuale.La biblioteca (pubblica fin dal Seicento e ora statale: 150.000 volumi, in massima parte antichi) è una delle più importanti d’Italia.Ma oggi è chiusa. Perché dev’essere riordinata, dice padre Sandro Marsano, il giovane sacerdote oratoriano, che ti accoglie, gentilissimo ed entusiasta, nel meraviglioso complesso secentesco . Perché accadono cose strane, dice invece la gente che abita intorno al convento: che ti parla di auto che escono cariche, nottetempo, dai cortili della biblioteca.Comunque stiano le cose, è incredibile che a dirigere uno dei santuari della cultura italiana sia uno degli esemplari più pregiati della fauna del Sottobosco esplorato da Ferruccio Sansa e Claudio Gatti nel libro uscito proprio ieri. Lì De Caro è il mediatore nell’affare del petrolio venezuelano, «uno dei casi più clamorosi di alleanza tra berlusconiani e dalemiani». E se i contatti con Massimo D’Alema sono stati preparati dalla sua carriera di portaborse parlamentare in area postcomunista, all’intima amicizia con Marcello Dell’Utri De Caro arriva grazie alla sua passione vera, quella per i libri antichi. Non che si tratti di un interesse culturale, intendiamoci: la cultura, notoriamente, fattura. Continua a leggere

Treni, annus horribilis. Ora tocca all’Abruzzo.

Questa volta ci troviamo in Abruzzo. A partire dal 12 dicembre 2011 è stata soppressa la tratta Sulmona-Castel di Sangro, una linea ferroviaria molto particolare che attraversa paesaggi mozzafiato nel cuore degli appennini, unica nel suo genere, tanto da essere rinominata la “Transiberiana Italiana“.

Una linea ferroviaria storica, nata nel 1892, come parte integrante di una via ferrata che collegava le regioni centrali con la vecchia capitale del sud, Napoli.
Proviamo a ricostruire in parte la sua storia ricordando una data fondamentale:  Il 15 ottobre del 1860 Garibaldi, insediatosi da circa un mese a Napoli come dittatore, annullò tutte le convenzioni in atto per le costruzioni ferroviarie, e ne stipulò una nuova con la Società Adami e Lemmi di Livorno ( La Adami e Lemmi fu reinserita nella concessione, stipulata nell’aprile 1861 dal governo Ricasoli I. Fu incaricata di realizzare i tratti ferroviari di Taranto-Reggio Calabria, Messina-Siracusa e Palermo-Catania, oltre 900 km di strada ferrata). Continua a leggere

Quando una vrenzola incontra un popolo di “straccioni”

Chiariamo subito: il popolo di straccioni è quello napoletano e la vrenzola è la giornalaia, pardon giornalista, del quotidiano “Il Tempo”.
Proprio oggi, la signora Fabrizia Argentieri firma uno strepitoso articolo nel quale dà sfoggio di tutte le sue “competenze” storico-culturali sul popolo partenopeo, infatti avverte con quel bel titolone:

“Nessun napoletano l’ammetterà”  

Ma cosa deve ammettere un Napoletano di così importante? stiamo forse per leggere di un tabù partenopeo? Stiamo forse per apprendere una verità scomoda?

Andiamo con ordine: l’articolaccio si occupa inizialmente dell’incontro calcistico Napoli-Chelsea e del suo 3-1, il corpus è pieno di accostamenti al Napoli di Maradona con qualche accenno al contesto europeo calcistico del passato e del presente e dopo un’accozzaglia di banalità si arriva al punto più importante: Continua a leggere

Lo strano caso dell’accusatore che diviene accusato. Ovvero quando gli evasori erano “per assioma” del sud Italia.

Come ci si sente, in periodo di crisi, ad essere accusati più di altri d’evasione fiscale? Come ci si sente ad essere additati come ladri, come evasori?

E’ davvero interessante constatare che quando da accusatori si diviene accusati si cerca in tutti i modi di giustificare tramite gli “errori di valutazione”, le “statistiche alterate”, oppure si parla di “complotto”, di “dati da controllare”.
Questo è il caso dello studio rilasciato da Bankitalia circa l’EVASIONE FISCALE in Italia.
Con un Nord molto evasore ed un Sud (colpo di scena!) meno evasore.

(la fonte dell’immagine: “Corriere della Sera”)

Ne hanno parlato su Radio3, a “Tutta la città ne parla”, qui di seguito vi voglio caricare l’intera trasmissione, interessantissima (vi consiglio davvero di ascoltarla).

[audio http://www.fileden.com/files/2011/12/13/3238167/Tutta%20la%20citt%C3%A0%20ne%20parla%20del%2003-01-2012.mp3 ]

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sull’ipocrisia e sulla falsità, ovvero la nevrosi collettiva sulla morte di Giorgio Bocca

Cosa c’è di sbagliato nel giudicare l’operato di un uomo, che sia egli vivo o morto?

Sto leggendo sul web numerosi articoli di giornalisti e blogger ed i commenti che ne seguono e posso dire con sufficiente sicurezza che il web si divide in due correnti di pensiero:
– i detrattori di Bocca (tra questi troviamo anche i denigratori)
– i sostenitori di Bocca (tra questi troviamo anche i fanatici)

Per uscire da questa nevrosi collettiva sarebbe utile analizzare direttamente le parole di Giorgio Bocca.
E’ chiaro che questo mio tentativo sarà approsimativo e rozzo… e la mia categorizzazione (detrattori VS sostenitori) potrà sembrare forzata ma quello che mi preme è semplicemente riflettere e lì dove possibile creare un dialogo. Continua a leggere

Sulla morte di Giorgio Bocca.

E’ quasi impossibile scrivere qualcosa di sensato quando un uomo viene a mancare. Anche quando si tratta di un omicida, di un dittatore o ad esempio di un razzista.
Forse non è nemmeno giusto scrivere un articolo e far scaturire una polemica, per di più il giorno di Natale. Sembrerebbe sciacallaggio e la società, si sa, è reticente se non addirittura superstiziosa. I morti devono essere lasciati in pace.
Ma a poche ore dalla notizia della morte del giornalista si leggono parole durissime da parte di tante persone del sud Italia e poche persone, per la verità, tentano disperatamente di spiegare che il silenzio ed il rispetto sono da preferirsi.

Perché accade ciò? Continua a leggere

piccolo approfondimento su Gianni Punzo

Gianni Punzo la gridava in faccia ai magistrati, la sua innocenza. Gesticolando, paonazzo in volto, si difendeva dalle accuse infamanti di flirtare con i camorristi per creare il Cis, il grande centro all’ingrosso vicino Nola. Non sapeva che, involontariamente, stava raccontando anche l’incredibile ascesa sociale di un “pannazzaro” di piazza Mercato, di un venditore tessile che, nato nel rione popolare a due passi dalla stazione, va a vivere, rispettato, nel quartiere della Napoli che conta.
“Io nasco qui, in via Firenze, sono cresciuto giù al mercato e oggi abito a via Petrarca. Per fare quegli otto chilometri c’ho messo 30 anni, ho fatto due metri al giorno. Continua a leggere