Trattamento dei cadaveri nel mezzogiorno preunitario (seconda parte)

Nello scorso articolo l’argomento è stato semplicemente introdotto. Qui continuiamo a parlare soprattutto di doppia sepoltura.

Doppia sepoltura: esperienza popolare della morte nella Napoli contemporanea

L’autorità religiosa, nell’opera di riforma delle pratiche tradizionali connesse ai riti di passaggio, intervenne principalmente, giova ripeterlo, sul concetto di durata; nella sfera funebre questo si tradusse nell’eliminazione di momenti intermedi tra morte fisica e definitivo approdo del defunto nell’aldilà. Lo spazio fluido, dinamico del viaggio e dell’indugiare dell’anima lungo il suo cammino venne inquadrato nella geometria del Purgatorio; parallelamente, sul terreno delle modalità di sepoltura, l’abolizione della durata portò allo sradicamento delle doppie esequie: vero supporto rituale della rappresentazione mentale della morte come processo graduale e progressivo. Un universo antichissimo cadeva innanzi all’offensiva della modernità; venivano colpite anche le forme della sepoltura: ‹‹regolando i rapporti coi morti, si davano in realtà nuove regole alla società dei vivi›› . Grandi spunti d’interesse, in relazione a questi temi, sono offerti, insieme ad altre aree del Mediterraneo, dalle regioni meridionali d’Italia. Per limitarsi al nostro Mezzogiorno, una vasta area dai confini incerti ma identificabile con le terre che furono riunite sotto i governi meridionali d’età moderna, presenta i segni d’originali usanze funebri sopravvissute fino ad epoche recenti: scopo delle osservazioni che seguono sarà metterne in luce i caratteri di parentela con i temi della doppia sepoltura.

Da Napoli e la Campania, passando per il Cilento, le terre lucane, le Puglie e la Calabria fino ad arrivare, oltre lo stretto, alle province siciliane è possibile rinvenire le tracce di una rappresentazione funebre e di un universo rituale strettamente imparentati nei caratteri di una specificità tale da identificarli rispetto al resto della penisola. I dati che danno sostanza a quella che è la comunicazione di una ricerca in corso provengono da un’indagine diretta sulle strutture materiali superstiti della Sicilia orientale (provincia di Messina); scavi documentari sulle fonti scritte hanno interessato, in via preliminare, l’area napoletana e i fondi del settecentesco Supremo Magistrato per la salute pubblica, organo che vigilando sulla salubrità urbana si occupava necessariamente anche della razionale e igienica sistemazione dei morti all’interno dello spazio dei vivi.

Ancora nella Napoli contemporanea, come testimoniano studi etnografici condotti in aree urbane popolari, la morte non è percepita come fine dell’esistenza, ma come ‹‹rottura che sancisce l’inizio di un lungo passaggio da un regime ontologico all’altro›› ; ovvero come ‹‹passaggio durante il quale tra i vivi e i morti si stabiliscono forti relazioni e che si conclude con la seconda sepoltura che sancisce la definitiva accreditazione del defunto all’aldilà e quindi il suo cambiamento di stato›› . Tra le classi popolari napoletane sopravvivono quindi rappresentazioni arcaiche del morire, non completamente smantellate dai valori moderno-razionalistici e in relazione complessa con la religione cattolica; vi ritroviamo il rito delle doppie esequie secondo il modello che ci è familiare dagli studi sulle società extraeuropee. Adesso il contesto è quello di un moderno cimitero suburbano ma i gesti rispondono a funzioni note: ‹‹anche nella società tradizionale napoletana››, osserva un antropologo citando Hertz, ‹‹la cerimonia finale ha un triplice scopo: deve dare ai resti del defunto una sepoltura definitiva, assicurare alla sua anima il riposo e l’accesso al paese dei morti, e infine liberare i vivi dall’obbligo del lutto›› . Interessante, a questo proposito, la descrizione del rito partenopeo della doppia sepoltura come ancora oggi viene praticato: ‹‹dopo la riesumazione, la bara viene aperta dagli addetti e si controlla che le ossa siano completamente disseccate. In questo caso lo scheletro viene deposto su un tavolo apposito e i parenti, se vogliono, danno una mano a liberarlo dai brandelli di abiti e da eventuali residui della putrefazione; viene lavato prima con acqua e sapone e poi “disinfettato” con stracci imbevuti di alcool che i parenti, “per essere sicuri che la pulizia venga fatta accuratamente”, hanno pensato a procurare assieme alla naftalina con cui si cosparge il cadavere e al lenzuolo che verrà periodicamente cambiato e che fa da involucro al corpo del morto nella sua nuova condizione. Quando lo scheletro è pulito lo si può più facilmente trattare come un oggetto sacro e può quindi essere avviato alla sua nuova casa – che in genere si trova in un luogo lontano da quello della prima sepoltura – con un rito di passaggio che in scala ridotta […] riproduce quello del corteo funebre che accompagnò il morto alla tomba›› .

La riesumazione dei resti e la loro definitiva collocazione sono in stretta relazione metaforica con il cammino dell’anima: la realtà fisica del cadavere è specchio significante della natura immateriale dell’anima; per questo motivo la salma deve presentarsi completamente scheletrizzata, asciutta, ripulita dalle parte molli. Quando la metamorfosi cadaverica, con il potere contaminante della morte significato dalle carni in disfacimento, si sarà risolta nella completa liberazione delle ossa, simbolo di purezza e durata, allora l’anima potrà dirsi definitivamente approdata nell’aldilà: solo allora l’impurità del cadavere prenderà la forma del ‹‹caro estinto›› e un morto pericoloso e contaminante i vivi si sarà trasformato in un anima pacificata da pregare in altarini domestici . Viceversa, di defunti che riesumati presentassero ancora ampie porzioni di tessuti molli o ossa giudicate non sufficientemente nette, di questi si dovrà rimandare il rito di aggregazione al regno dei morti e presumere che si tratti di ‹‹male morti›› , anime che ancora vagano inquiete su questo mondo e per la cui liberazione si può sperare reiterando il lavoro rituale che ne accompagni il transito. La riesumazione-ricognizione delle ossa è la fase conclusiva del lungo periodo di transizione del defunto: i suoi esiti non sono scontati e l’atmosfera è carica di ‹‹significati angoscianti›› ; ora si decide – in relazione allo stato in cui si presentano i suoi resti – se il morto è divenuto un’anima vicina della cui intercessione sarà possibile sperare e che accanto ai santi troverà spazio nell’universo sacro popolare.

Hertz, nel suo celebre Contributo, aveva suggerito una ‹‹interpretazione della nozione cattolica del Purgatorio come uno stadio della elaborazione storica della doppia sepoltura›› . In nota era contenuta questa allusione folgorante: ‹‹l’idea di Purgatorio non è altro, infatti, che la trasposizione in linguaggio etico della nozione di un periodo preparatorio che precede la liberazione finale. Le sofferenze dell’anima durante il periodo intermedio appaiono dapprima come la conseguenza dello stadio transitorio in cui essa si trova. In uno stadio successivo dell’evoluzione religiosa, esse sono concepite come il proseguimento della necessaria espiazione dei peccati commessi durante l’esistenza terrena››.
Nei rituali napoletani della doppia sepoltura, la nozione cattolica di Purgatorio offre uno spazio di mediazione accettabile con i temi arcaici della religione popolare: l’idea di un luogo di purificazione collettiva, a metà strada tra il cielo e la terra, in cui si scontano i peccati grazie ai suffragi dei vivi in dialogo diretto con i loro morti, offre garanzie di reciprocità e di scambio simbolico con i defunti. Dopo la sepoltura definitiva dei resti, puliti ed asciutti, al defunto saranno tributati suffragi per la salute dell’anima: adesso è approdata in Purgatorio e necessità di “refrisco”, di essere alleviata dalle pene della purificazione: ‹‹le ossa, accuratamente avvolte in un lenzuolo che verrà cambiato di tanto in tanto, vengono […] periodicamente spolverate e strofinate dai terrasantieri con stracci imbevuti d’alcool. Questo affinché il morto conservi una buona disposizione nei confronti dei suoi congiunti››.

In cambio del culto dei resti, che si svolge al cimitero, e a quello domestico legato alle immagini dello scomparso, poste tra santini e candele, quest’anima vicina temporaneamente in Purgatorio offrirà ai vivi una mediazione più accessibile con il sacro, rappresentandone il livello più basso, più vicino alla condizione umana. Inoltre, è utile osservare quanto ‹‹dopo la seconda sepoltura le messe in suffragio diminuiscano comunque di numero fino a scomparire quasi del tutto qualche anno dopo, quando si ritiene che il caro estinto abbia “scontato il purgatorio”›› . In sostanza, prima della sepoltura definitiva vi è la fase più delicata e pericolosa del viaggio; successivamente, una volta accreditata all’aldilà, l’anima deve scontare il Purgatorio ed è intensamente vicina ai vivi per i suffragi che riceve e per l’opera di intercessione con cui li ricambia: per queste ragioni le anime purganti sono un referente sacro contiguo ai vivi e oggetto di enorme devozione; purificatasi, l’anima continua la sua ascensione attenuando il mutuo scambio che la legava ai superstiti.

Continua…

(Fonte “DOPPIE ESEQUIE E SCOLATURA DEI CORPI NELL’ITALIA MERIDIONALE D’ETA’ MODERNA“. di Pezzini Francesco)

Foto: Particolari della Chiesa di Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco (Napoli)

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