Trattamento dei cadaveri nel Mezzogiorno preunitario (prima parte)

Introduzione

Il grande scrittore scozzese Robert Louis Stevenson lasciò degli ultimi anni di vita trascorsi viaggiando tra le isole dei mari del Sud un resoconto straordinario (In the south seas). Era la scoperta della pervasiva presenza della morte all’ombra degli scenari seducenti che avevano incantato tanta parte della cultura europea dell’epoca. Quelle pagine mossero dal loro terreno letterario un potente stimolo alla riflessione delle scienze sociali, ponendo all’attenzione del pensiero socio-antropologico dati di grande e fertile interesse.
L’invito indirizzato alla teoria e gli interrogativi posti da quelle esotiche descrizioni furono raccolti da Robert Hertz, giovane studioso impegnato nel gruppo di lavoro riunito intorno all’Année sociologique e alla guida di Émile Durkheim e Marcel Mauss.
Ad avviare le riflessioni di Hertz le note di un gesuita francese, padre Joseph-François Lafitau, che così scriveva ricordando i propri viaggi nei paesi di missione: «presso molte popolazioni selvagge i corpi morti sono inizialmente collocati in un sepolcro come in un deposito provvisorio, solo dopo un certo tempo vengono celebrati nuovi funerali attraverso i quali, con nuovi riti funebri, si estingue il debito dovuto al defunto».

Con l’obiettivo di ricostruire le coordinate mentali della morte, l’elaborazione con cui la coscienza collettiva riveste un dato di natura come la scomparsa di un proprio membro, si riusciva a passare dal livello del lavoro rituale a quello delle rappresentazioni mentali. Il risultato era la scoperta di una chiave interpretativa di validità generale con cui Hertz sentiva di poter accedere alle dimensioni culturali della morte fisica; così la formulava a conclusione della sua indagine: «per la coscienza collettiva la morte, in condizioni di normalità, è un’esclusione temporanea dell’individuo dalla comunione umana, esclusione che gli permette di passare dalla società visibile dei vivi a quella invisibile degli avi. Il lutto consiste all’origine nella partecipazione dei familiari allo stato mortuario del loro parente e ne ha la stessa durata. In ultima analisi la morte in quanto fenomeno sociale è un duplice penoso lavoro di disgregazione e di sintesi mentali, solo quando esso è compiuto la società, ritornata alla sua pace, può trionfare sulla morte».

Nozione cardine di questa teoria è che la morte, strappo doloroso quanto rapido, procede con ritmi, durate diverse: il tempo dell’evento naturale del finire – fulmineo – non cammina allo stesso passo del lavoro interiore della coscienza che quel fatto cerca di assimilare. La morte non come evento istantaneo che si consuma nello spegnersi di un sospiro ma come durata, lungo e graduale processo, passaggio da uno stato di esistenza all’altro; da intendersi dunque come ampia transizione che ha inizio prima della cessazione delle funzioni vitali e segue a questo evento. Per i popoli del Borneo studiati da Hertz il difficile, pericoloso passaggio dell’anima del defunto verso il regno degli antenati doveva essere accompagnato da particolari cure rivolte al cadavere: una prima sistemazione del corpo, inumato o esposto, aveva carattere provvisorio; questa iniziale cerimonia funebre segnava l’inizio di una fase liminale in cui il defunto non era più vivo senza però essere ancora completamente morto: si aggirava come ombra non placata nel mondo terreno. I congiunti, contaminati da tale contatto impuro, condividevano in parte la condizione del defunto: la serie di tabù e prescrizioni costituenti il lutto ne sancivano una temporanea morte sociale. Durante questa fase di transizione di durata variabile, la carne in disfacimento lasciava affiorare il candore inalterabile delle ossa; quando la metamorfosi cadaverica, specchio metaforico dell’anima in cammino, si concludeva nella stabilità minerale dello scheletro, allora si poteva dare avvio alla fase conclusiva del rito. Con la seconda sepoltura il cadavere, ormai ridotto ad ossa scarnificate e monde da ogni residuo marcescibile, trovava la sua stabile e definitiva collocazione accanto ai resti degli ascendenti defunti. Parallelamente si considerava compiuto il cammino dell’anima, finalmente aggregata al regno dei morti, presenza pacificata divenuta nume protettore: i congiunti si liberavano del contatto con forze pericolose e potevano porre fine al loro isolamento reintegrandosi nella comunità. Questi, in estrema sintesi, i tratti salienti della doppia sepoltura, il rito che con lo studioso francese trovava la sua prima compiuta disamina: un contributo rivolto alla comprensione dei dati provenienti anche da province etnografiche meno remote nello spazio.

Alcuni religiosi, gesuiti in testa, impegnati a percorrere le campagne italiane per assicurarne l’evangelizzazione registrarono pratiche e riti imparentati ai costumi più esotici nella comune concezione di “durata”. Uno stesso schema si ripeteva: un ingresso nella nuova condizione con rituali semplificati, una transizione da uno stato all’altro, un rito solenne che sanciva l’avvenuto passaggio. Così era per il matrimonio, con sponsali e rito solenne di benedizione; così era per le cerimonie che sancivano la nascita e la morte. Antiche pratiche con cui i sacramenti e i riti cristiani avevano raggiunto un equilibrio e stretto alleanza. Ma il cristianesimo aggressivo della Riforma cattolica «puntò decisamente ad abolire la durata e a imporre dei riti immediatamente consecutivi all’evento naturale (nascita o morte) e al cambiamento di status»; alla dimensione dilatata nel tempo dei riti di passaggio – alla loro scansione in una fase di separazione, di margine e di aggregazione – si sostituì il tempo contratto, la transizione che veniva fatta coincidere con l’amministrazione del sacramento da parte dell’autorità ecclesiastica. Certo, se la Riforma protestante deviava con decisione dalle tradizioni folkloriche con una radicale riduzione di sacramenti e rituali, il cattolicesimo dell’età tridentina andò alla ricerca di una «posizione più moderata consistente nel concentrare la durata e nel ridurre il sacramento a una consacrazione puntuale e immediata del mutamento avvenuto nella realtà». Come si agì sul battesimo imponendo la drastica riduzione dell’intervallo tra nascita e sua celebrazione, tra evento biologico e rito d’aggregazione alla società dei viventi, così si cercò di estirpare la credenza in un periodo di transizione tra la morte fisica e il definitivo approdo del defunto nel regno dei morti. L’Europa protestante conobbe la forma radicale di quest’offensiva, con il taglio reciso d’ogni legame tra vivi e morti e negando la possibilità di intercessioni e suffragi. Nel mondo cattolico la politica fu più cauta e il rapporto con i defunti continuò a costituire parte dominante della vita religiosa ma si cercò di eliminare la doppia sepoltura, il duplice trattamento del corpo nelle forme in cui ancora era presente: si voleva estirpare la tenace rappresentazione della morte come passaggio, travagliato viaggio dell’anima.

La meticolosa opera di disciplinamento, a cui il mondo preindustriale è stato sottoposto anche in relazione alle proprie rappresentazioni funebri, ha permesso alle autorità religiose di imporre con sostanziale omogeneità i confini entro cui il rapporto con i morti poteva considerarsi lecito. Ma rappresentazioni come quelle descritte da Hertz riaffiorano di continuo nella storia europea dei secoli passati: un’intera categoria di defunti – i bambini senza battesimo e i morti anzi tempo, i morti per cause violente, i giustiziati, cioè tutti coloro che con la mancata, imperfetta esecuzione della cerimonia funebre non riuscivano a raggiungere il regno dei trapassati in qualità di anime pacificate e protettrici – permaneva in questo mondo come spettro non placato.

Nel cristianesimo medievale e d’età moderna questi temi ebbero grandissima diffusione e nutrirono le credenze circa la “caccia selvaggia”, l’”esercito furioso”, quelle schiere fragorose di morti dannati composte dalle anime che non erano approdate nell’aldilà per la privazione del necessario supporto rituale offerto dalla comunità dei vivi. Erano i morti in battaglia, gli assassinati, gli insepolti, i giustiziati: anime il cui viaggio si era interrotto in mezzo del cammino, morti a metà.
Ma sono proprio i gesuiti in missione nelle campagne europee durante la loro opera di correzione di antiche pratiche cerimoniali a lasciarci memoria di riti funebri strutturati secondo il modello della doppia sepoltura e rimasti vitali tra le popolazioni cristiane fino a tempi non lontani. Leggendo le relazioni di missionari in cammino sui sentieri della Svizzera, a proposito della Valmaggia del 1627, si trova notizia di questa usanza: «quando portano il morto fuori casa, accendono un poco di paglia, e gridano per le strade: “dove va il corpo, vada anche lo spirito”. Fanno un certo trentesimo per l’anima de’ defonti, e vanno al luogo del defonto, gionti pigliano la testa in mano e cominciano a piangere dirottamente, con tanti gridi che è cosa da ridere. Tengono tutti i morti esposti in cataste, e le teste in certe cassette, e ben spesso vanno le donne, le pigliano, le lavano, e poi si mettono a gridare che paiono pazze». L’intervento dell’autorità religiosa contro quella che appariva una malintesa devozione fu immediato: «mandarono subito a levar le dette teste e ossa de morti e ci pregarono che parlassimo anche alle donne, nelle quali pareva essere maggior difficoltà. Le parlassimo, e tanta è la stima che fanno di noi che sentendo dir da noi, che questi abusi dovevansi levare, e che cosa dovevano fare per suffragare le anime de’ loro parenti, si guardavano l’un l’altra per meraviglia, et alla fine promisero l’emendazione, dicendo che come gente ignorante di montagna avevano fallato»

Continua…

(Fonte “DOPPIE ESEQUIE E SCOLATURA DEI CORPI NELL’ITALIA MERIDIONALE D’ETA’ MODERNA“. di Pezzini Francesco)

Foto: Particolari della Chiesa di Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco (Napoli)

Annunci

One thought on “Trattamento dei cadaveri nel Mezzogiorno preunitario (prima parte)

  1. Pingback: Trattamento dei cadaveri nel mozzogiorno preunitario (seconda parte) | ammazzando masaniello

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...