Quando una vrenzola incontra un popolo di “straccioni”

Chiariamo subito: il popolo di straccioni è quello napoletano e la vrenzola è la giornalaia, pardon giornalista, del quotidiano “Il Tempo”.
Proprio oggi, la signora Fabrizia Argentieri firma uno strepitoso articolo nel quale dà sfoggio di tutte le sue “competenze” storico-culturali sul popolo partenopeo, infatti avverte con quel bel titolone:

“Nessun napoletano l’ammetterà”  

Ma cosa deve ammettere un Napoletano di così importante? stiamo forse per leggere di un tabù partenopeo? Stiamo forse per apprendere una verità scomoda?

Andiamo con ordine: l’articolaccio si occupa inizialmente dell’incontro calcistico Napoli-Chelsea e del suo 3-1, il corpus è pieno di accostamenti al Napoli di Maradona con qualche accenno al contesto europeo calcistico del passato e del presente e dopo un’accozzaglia di banalità si arriva al punto più importante:

scrive la signora Fabrizia: “… Però sognare è lecito. Persino ai napoletani. Un popolo costretto a soffrire. La disoccupazione e la camorra. E andando a ritroso nella storia la fame, il colera, la carestia, l’occupazione nazista e quella alleata, la dominazione straniera. È per questo che i napoletani festeggiano tanto. A loro, popolo di straccioni, basta aver stracciato per una sera i ricchi e blasonati inglesi dell’aristocratico quartiere londinese di Chelsea…

Considerazioni che non definirei propriamente calcistiche ma che nella loro esplosione razzista lasciano il lettore in due stati d’animo contrapposti: il primo è quello dello sbigottimento e del grottesco, non ci si crede, poi questo primo sentimento si trasforma in altro, probabilmente un misto di rabbia e distacco.

Queste parole però andrebbero lette con grandissima attenzione perché nascondono parecchie sorprese.
In primis la cosa che balza agli occhi è l’utilizzo della parola “popolo” e non nell’accezione di cittadinanza tenuta insieme all’interno del perimetro metropolitano, si parla di popolo napoletano come di un popolo ben riconoscibile. E questo fa sorridere, perché in quelle parole d’odio si scorge l’invidia del potersi sentire popolo senza bandiera, senza inno, senza capitale, senza costituzione napoletana (pur avendoli avuti tutti storicamente). Ora il popolo napoletano è popolo senza ausili, è popolo all’interno del più vasto popolo italiano.
Sempre in questi primi righi la signora degli stracci ci informa che PERSINO i napoletani possono sognare anche se forse non dovrebbero, occupati come sono a soffrire per colpa di disoccupazione, camorra, e andando indietro nel tempo per colpa di pestilenze, fame, guerra e carestia.
Queste ultime parole degne di una descrizione apocalittica, la giornalaia avrà forse preso spunto dall’Apocalisse di Giovanni.

Senza scomodare la storia, possiamo ricordare alla signora degli stracci che Napoli ha avuto momenti felici e tristi come tutte le città al mondo e sarebbe davvero volgare elencare tutti i meriti che la città partenopea vanta da quando fu fondata.
La signora trova anche il tempo per fare una considerazione etno- antropologica, descrive il popolo di straccioni (cioè i napoletani) come un ammasso di persone che essendo sempre gravati dal quadro apocalittico, quando trova l’occasione di festeggiare lo fa in modo esagerato.

L’articolo termina con queste “bellissime” parole: “Basta aver annientato l’ivoriano Drogba, uno al quale sono stati offerti 23 milioni a stagione, una cifra con la quale ci si paga tutto il Napoli per un anno. Aver visto svanire Cole e Lampard, Essien e Sturridge. Insomma, basta aver goduto una notte. Perché solo di notte i sogni si possono avverare.

Senza più commentare le squallide parole della signora degli stracci vorrei fare delle precisazioni.
L’epiteto che ho usato è VRENZOLA o meglio VRENZOLA SPURTUSATA letteralmente significa  straccio bucato e dunque donna volgare, lercia, rabberciata, stracciona, raffazzonata;

  • di per sé la voce vrenzola nel suo significato primo di straccio e poi in quello estensivo di persona, donna mal fatta o mal ridotta pare che etimologicamente possa ricollegarsi ad una brenniciola → bren(i)ciola → brenciola diminutivo di un’originaria brenna corrispondente (vedi il Du Cange) ad un basso lat. breisna = rozza, vile,senza valore ma non manca chi fa derivare brenna dall’ant. fr. braine (giumenta) sterile e quindi priva di valore;
  • spurtusata part. pass. femm. aggettivato dell’infinito spertusà = bucare denominale della voce pertuso = buco (dal lat. *pertusium derivato di pertundere = bucare) con protesi di una s intensiva.

Non ho utilizzato un’altra meravigliosa parola usata dal popolo partenopeo (e dal sud in generale), Mappina, che mi sembra altrettanto adatta per descrivere la signora degli stracci.
Mappina: sostantivo femminile, è voce in napoletano adattamento metaplasmatico del diminutivo del lat. mappa = cencio, straccio: è parola che anche con la primitiva desinenza del diminutivo latino “la” (mappila), con identico significato si trova in altri dialetti centro-meridionali.

P.S.
Il grandioso giornale “Il Tempo” (perduto) ha provveduto a rimuovere l’articolo dopo le varie rimostranze che gli saranno pervenute via web. Ci congratuliamo con il “giornale” per NON aver fatto un comunicato di scuse
e per NON aver controllato l’articolo prima della sua pubblicazione, ci complimentiamo altresì con la signora degli stracci (Fabrizia Argentieri) per averci strappato, tutto sommato, un sorriso e sicuramente qualche “benevola” jettatura.

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21 thoughts on “Quando una vrenzola incontra un popolo di “straccioni”

  1. Ammazzati donna di strada,esaurita,e maledetta.sarai tu una poveraccia e una stracciona.magari sei anche una di quelle donne che puzzano di marcio…..spero un giorno paghi x questo…zingara zingara zingara

  2. Ti ho linkato su facebook perchè tra tante cose dette e scritte a riguardo, il tuo articolo mi è apparso il più calzante alla filosofia napoletana che reputo “concreta ed elegante”.Io dal mio canto avrei allungato leggermente la lista degli aggettivi…
    “sa’ che te rico papera guallarosa, caccia-munnezza, annetta
    latrine, stuppagliosa, lava-mappine ca nun si’ ata?… Ma va’ te
    ietta rint’ a na chiaveca maesta e mbruscinece sta lengua pe’
    ddinto… va’!”
    Complimenti per il tuo bel blog.
    Antonio

  3. di napoli se ne dicono di tutti i colori,non sappiamo se e per invidia? o perchè vedono i napoletani razza superiore,con un grande spirito compatente,tutto quello che dicono di napoli,e solo invidia

  4. a causa dello sguardo..”disordinato” del direttore è stato possibile publicare un ‘articolo cosi’ insulso..la cui analisi è pari al q.i.dell’autrice…cioe’ pari a zero…

    • mi sa che non hai ben capito, che ” l’insulso” usato da Giulio, fosse diretto all’articolo su cui tu hai ironizzato, tanto è vero che parla di autrice…mo’ a meno che tu non sia donna…
      siamo tutti un poco esauriti
      relax, peace and love

      • pensavo facesse riferimento all’articolo sul blog… davvero non si capisce.
        Ok comunque massimo relax, figurati, io mi sono divertito a scrivere l’articolo…
        (ora lascio solo il suo commento)

  5. Ahahah… beh io effettivamente ho “tradotto” chiamandola stracciona! :mrgreen:
    Ma se è assurdo che a un “geniaccio” tale sia stata data la possibilità di scrivere… ovviamente è ancor più vergognoso non essersi scusati… sarò disillusa… sarò di parte… ma devo dire non è che me lo aspettassi!

  6. Articolo simpatico e divertente, dal contenuto condivisibile. Vorrei solo riporre l’attenzione su alcuni elementi che potrebbero apparire marginali ma che la cui decodificazione è in realtà per il recupero della nostra identità di popolo:
    1. il «popolo partenopeo» non esiste; esiste il popolo napoletano (o meglio ancora napolitano, versione dell’aggettivo classicheggiante e più conforme all’endonimo, napulitano, dal latino neapolitanus), che si estende per quell’espressione geografica delimitata a nord dai fiumi Tronto e Liri-Garigliano e a sud dai capi di Leuca e Spartivento. Che sono i confini storici del Regno di Napoli, poi parte continentale del Regno delle Due Sicilie (Napolitania). L’aggettivo “partenopeo” esprime invece l’appartenenza alla città di Napoli e, non essendo questa una città-stato o una nazione, per definizione non ha un popolo, ma al massimo una popolazione (che però, per definizione, è fatta anche dai non cittadini).
    2. L’espressione «altri dialetti centro-meridionali» è errata per almeno due ordini di motivi: in primo luogo, il napolitano non è un dialetto (dunque l’aggettivo «altri» è fuori luogo); in secundis, i dialetti meridionali (e non centro-meridionali poiché il confine linguistico scorre esattamente lungo il confine Tronto – Liri-Garigliano) sono, più propriamente parlando, dialetti napolitani, in quanto appunto derivati dalla lingua napolitana; ecco perché quella parola è presente in essi. Infatti, in tutta la cosiddetta Italia meridionale, che altro non è che la Napolitania storica (ivi compresi quei territori che lo stato occupante considera Lazio, cioè l’alta Terra di Lavoro e il Cicolano, che è parte dell’Abruzzo ultra), si parlano idiomi riconducibili al gruppo linguistico napolitano, che è suddiviso nella lingua napolitana standard, che è quella della Capitale (che ha le prime attestazioni storiche dalle parti di Cassino) e fu adottata sotto gli Aragona come lingua ufficiale, e una serie di varianti vernacolari e dialettali. Fanno eccezione solo delle piccole isole linguistiche, la più significativa delle quali è il Salento (in cui si parla un dialetto del gruppo siculo-salentino, affine al siciliano); le altre, ad eccezione della comunità occitanica di Guardia Piemontese e Acquappesa, sono alloglotte (cioè non vi si parlano idiomi romanzi, ovvero neolatini, bensì neogreci o albanesi).

    • per il primo punto condivido tutto… ho scritto popolo partenopeo utilizzando un sinonimo senza entrare nel merito della parola “popolo”.
      Conosco abbastanza bene la questione ma questo articolo è leggero, ho preferito lasciare la disamina puntuale in futuri post. Per la questione linguistica farò altri articoli.
      Per il secondo punto (le parole “dialetti centro-meridionali”) mi sono ispirato ad un noto linguista napoletano che portava quest’indicazione. Non essendo un linguista mi sono fidato. Ha fatto bene a precisare la questione. Tra l’altro ho accennato, in vecchi post, la questione “Napolitania” e le lingue ivi parlate, comprese le famose isole linguistiche griche, Arbëreshë ecc…

  7. me ne sovviene un’altra: ZANTRAGLIA….mi pare che, per attitudine (litigarsi le interiora di scarto ad avvenuta macellazione) e per gusto ( nutrirsi poi delle stesse), ben si attagli.

  8. Napoli e i Napoletani in un modo o nell’altro fanno sempre parlare di se, come si dice: anche se in male l’importante è che se ne parli! Non diamo troppa importanza ad una pseudo giornalista becera e inetta. Comunque anche il direttore (lettera minuscola volutamente) del Tempo si è posto alla stessa stregua della giornalista facendo pubblicare l’articolo.

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