Quando una vrenzola incontra un popolo di “straccioni”

Chiariamo subito: il popolo di straccioni è quello napoletano e la vrenzola è la giornalaia, pardon giornalista, del quotidiano “Il Tempo”.
Proprio oggi, la signora Fabrizia Argentieri firma uno strepitoso articolo nel quale dà sfoggio di tutte le sue “competenze” storico-culturali sul popolo partenopeo, infatti avverte con quel bel titolone:

“Nessun napoletano l’ammetterà”  

Ma cosa deve ammettere un Napoletano di così importante? stiamo forse per leggere di un tabù partenopeo? Stiamo forse per apprendere una verità scomoda?

Andiamo con ordine: l’articolaccio si occupa inizialmente dell’incontro calcistico Napoli-Chelsea e del suo 3-1, il corpus è pieno di accostamenti al Napoli di Maradona con qualche accenno al contesto europeo calcistico del passato e del presente e dopo un’accozzaglia di banalità si arriva al punto più importante: Continua a leggere

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A proposito del ruolo dello storico nel contesto sud Italia

Rispondendo, più di un mese fa, ad un articolo dello storico siciliano Giuseppe Casarrubea pubblicato sul suo blog, mi sono reso conto di quanto Tommaso Pedio (altro storico del sud) avesse individuato un importante problema.

L’articolo in questione esaminava molto da vicino il fenomeno dei Forconi in Sicilia e prendeva le distanze dal movimento e dal suo metodo di manifestare, rintracciando cause e ragioni più o meno condivisibili. Quello che però viene fuori, al di là del movimento dei Forconi (di cui ho parlato già qua), è sicuramente il ruolo dello storico nella società contemporanea e ancor di più il ruolo dello storico del sud Italia immerso nella propria terra.

Il blog di Casarrubea pone in epigrafe una frase altisonante: “Occorre conoscere il passato per dare risposte al futuro”.
In pratica si riconosce alla storia un ruolo risolutivo, attraverso acquisizioni del passato ci si libera degli errori nel futuro; ribaltando la frase verrebbe da pensare che chi non conosce il passato non può dare risposte al futuro.
Ma il passato è codificato e racchiuso nelle strette maglie della storiografia, che ad ogni nuova acquisizione storica cambia la considerazione di quel tale avvenimento o di quel tale personaggio storico. Continua a leggere

L’importante è disinformare: sulla questione dei registri delle unioni civili a Napoli

Capita qualche volta che nessuno (ma proprio nessuno) sia capace di informare o produrre una discussione seria su un qualsiasi argomento di interesse pubblico, di interesse etico-morale. Questa volta parlerò del Registro Amministrativo delle Unioni Civili approvato in una metropoli, cioè a Napoli, prima metropoli in Italia ad adottare questo stratagemma, perché di stratagemma trattasi (in assenza di una qualsiasi legge di Stato).

Siamo talmente abituati alla mediocrità dell’informazione e della critica associata ad essa che non facciamo più caso a questo tracotante pressapochismo. Un blaterare così volgare che non impegna più di tanto il pubblico, il fruitore, sommerso, come si trova, da tanta informazione-spazzatura (con le rarissime eccezioni).

Comunicati stampa scopiazzati tra di loro, una massa incorporea di slogan e virgolettati: il tale dice due punti apri virgolette, l’altro risponde due punti apri virgolette. Chi osa assumersi la responsabilità di un pensiero? Favorevole o contrario che sia? Dove sono finiti gli intellettuali? Eppure siamo una nazione così “piena” di intellettuali…
Comunicati stampa e slogan che vengono ripresi, in misura ossessivo-compulsiva dai social network (reti sociali!) , come un trombettare continuo, informazioni digerite ed eliminate in tempi cortissimi.
Un tale acquisisce delle informazioni, si fa un’idea nebulosa, giudica velocemente le amministrazioni, le delibere in questione, parere positivo o negativo e si passa a nuove informazioni. Un massa infinita di informazioni appena masticate ed espulse senza digestione… un ammasso di fibre utili solo alla peristalsi dell’informazione. Continua a leggere

Conoscere Giambattista Basile (sesta puntata)

Si dice che vi sono due metodi per cancellare l’identità di un popolo: il primo, quello di distruggere la sua memoria storica; il secondo, quello di sradicarlo dalla propria terra per mischiarlo con altre etnie.

Come al solito allegherò alla fine dell’articolo un’altra favola da “Lo Cunto”  letta da Peppe Barra: “Le doie pizzelle trattenimiento settimo de la iornata quarta”

La folgorazione per il dialetto napoletano

…(continua dalla quinta puntata) Quando cominciò il poeta a servirsi della lingua napoletana? Senza dubbio ad Acerenza (e poi a Giugliano) il Basile aveva scritto e completato le cinque giornate che costituiscono il Cunto, a cui però è pensabile stesse lavorando già da prima, o già da prima che avesse avuto l’idea del libro; così come è probabile che già all’incirca dal 1615 dovesse applicarsi alle egloghe delle Muse napolitane e verosimilmente averle anche ultimate, senza però dcidersi a pubblicarle.
Che cosa lo spinse a scrivere in dialetto? La consapevolezza di essere ormai, come scrittore in lingua, soltanto un imitatore di se stesso (che già imitava dal Marino e in genere dalla letteratura encomiastica del tardo cinquecento)? Il proposito di riempire il vuoto lasciato dalla scomparsa dell’amico Giulio Cesare Cortese (è la motivazione “ufficiale” ch’egli dà nell’avvertenza alle Muse)? Oppure, più freudianamente, l’istinto a misurarsi sullo stesso terreno coltivato con successo dal Cortese dimostrando di saperlo uguagliare e, magari, superare? E perché, allora, l’uso di uno pseudonimo che nascondesse il suo vero nome? Perché, in vita, non dette alle stampe i suoi lavori dialettali? Continua a leggere

I Briganti Salernitani (terza puntata)

… Di fronte al pericolo di essere privati, sia pure soltanto in parte, della loro ricchezza che consente loro di mantenere una posizione di preminenza nei loro paesi, gli esponenti della ricca borghesia, che non si sono mai preoccupati dei bisogni e delle legittime aspirazioni delle classi più povere, si serviranno del movimento liberale per conservare le proprie ricchezze e mantenere le maggiori cariche cittadine, strumento di prepotenza e di angherie e mezzo per accrescere le proprie fortune. (Tommaso Pedio, La Basilicata Borbonica, Lavello 1986)

(continua dalla seconda parte)
… Quando i fatti assunsero la portata di una diffusa rivolta contadina e sociale, il governo affidò al generale Enrico Cialdini l’alto comando militare e la luogotenenza. Era luglio 1861 e Cialdini mise in campo il VI Corpo di Armata, composto da ventiduemila uomini. Non bastando a fronteggiare un fenomeno le cui proporzioni aumentavano di giorno in giorno, si ricorse alla Guardia Nazionale Mobile, imbottendola di ex camicie rosse.
Cialdini ottenne dei buoni risultati, ma ai moderati non piacquero i suoi flirt con la sinistra e in ottobre, Ricasoli affidò la responsabilità del 6° Gran Comandante Militare al generale Alfonso La Marmora, nominandolo anche prefetto di Napoli. Investito di poteri eccezionali, La Marmora ricorse allo stato di assedio, rese attivi i plotoni di esecuzione, riempì le carceri e mise il bavaglio a tutti quei giornali napoletani, che avevano la pessima abitudine di non nascondere quanto accadeva.
Ma non potè nulla con la stampa estera che diffuse dati agghiaccianti sulla guerriglia: da gennaio a ottobre 1861 si erano sollevati centinaia di uomini, i morti erano stati 9860, i feriti 10.640, sei i paesi distrutti, 918 case bruciate, 60 ragazzi e 40 donne uccisi, 13.629 gli imprigionati. Continua a leggere