I Briganti Salernitani (seconda puntata)

Le resistenze ad una revisione sistematica della nostra storiografia sono curiosamente molto forti ancora oggi, nonostante oramai si guardi al di la’ dei confini del proprio paese e si aspiri a diventare cittadini del mondo; spesso l’ostacolo è solo ideologico ma la storia non può essere studiata secondo le direttive del partito in cui si milita o di cui si condivide l’ideologia e il programma politico. Dobbiamo liberamente ricostruire il nostro passato anche se ciò significa porsi controcorrente con il risultato di non essere congeniali né agli storici di destra che di sinistra. (Tommaso Pedio, Economia e società meridionale a metà dell’Ottocento, 1999)

… (continua dalla prima parte) Tumulti anche a Palomonte, dove fu saccheggiata e distrutta la sede comunale, e nella più lontana Ricigliano. Qui il 21 ottobre 1869, verso il tramonto fu assaltato il corpo di guardia e un gruppo di rivoltosi, dopo aver trafugato i fucili, raggiunse la cancelleria, si impossessò delle urne con le schede del plebiscito e appiccò il fuoco alla stanza. Per cinque giorni il paese rimase in mano ai sediziosi e solo i soldati riuscirono a ristabilire l’ordine. Copioso sangue fu versato a Valva, invasa, la notte del 23 ottobre, da una banda di congedati locali infoltita da ex militari di Calabritto e di Quaglietta. Si combattè casa per casa e si ebbero tre morti e una quindicina di feriti.
Per far fronte ai focolai di rivolta, il consiglio dei Ministri deliberò l’istituzione della Guardia Nazionale a Cavallo nell’Italia meridionale. Ma i disordini continuarono. Il 13 gennaio 1861, ad Acerno, il sacerdote don Donato Maria Verrioli manovrò una folla tumultuante che, al grido di “Viva Francesco!”, travolse i militi della Guardia Nazionale e si impadronì della piazza principale.
Sulla costiera amalfitana, la sera del 31 marzo, il silenzio delle stradine e dei vicoli della piccola Furore fu lacerato da urla minacciose. Si gridava “Abbasso Vittorio Emanuele! Abbasso le barbe!” e non mancarono spari di archibugio. Tra i più animosi Antonio Sparano e Camillo Florio, che nella convulsa mattinata aveva urlato ai paesani: “Oggi dobbiamo tirare una varrata in faccia all’immagine di gesso che sta nella cancelleria comunale”.
Dall’altra parte del capoluogo, a Serre, sulle prime propaggine degli Alburni, il 7 luglio scoppia una grave sommossa che vide i rivoltosi macchiarsi di un omicidio volontario e di efferatezze contro le famiglie liberali. Furono arrestati 30 cittadini con la gravissima accusa di “attentato avente a oggetto di congiurare e distruggere la forma di governo, eccitare i regnicoli e armarsi contro i poteri dello Stato e suscitare la guerra civile…” . In sei furono incolpati anche di brigantaggio e il giorno della sentenza, emessa il 29 aprile 1864, i giudici della Corte di Assise di Salerno non furono teneri, comminando quattro condanne a sedici anni di lavori forzati e due a dieci anni di carcere.
La sera del 27 luglio gli avvenimenti precipitarono anche a Salvitelle, dove la popolazione inneggiando a Francesco II, coprì di insulti il sindaco Salvatore Abbamonte, facendo irruzione, col buio, nella sua casa e in quella del comandante della Guardia Nazionale, alla ricerca di soldi e di armi. La truppa, intervenuta da Sala, ristabilì la calma operando una trentina di arresti.
I fatti più gravi e sanguinosi avvennero ad Auletta martedì 30 luglio 1861. Qui la repressione fu brutale. L’intervento dell’esercito provocò un’orrenda carneficina. Si contarono i cadaveri di 45 civili e furono bruciate e saccheggiate decine di abitazioni. Sei mesi dopo il paese finì nel mirino della banda di Matteo Gesummaria, di San Gregorio Magno, e ne seguì un’altra feroce battaglia al termine della quale il capobanda e i suoi seguaci furono fucilati nella piazza del paese.

Persistendo l’assenza di una politica economica che sapesse guardare al Sud con equilibrio e giustizia, reduci, renitenti e “cafoni” si raccolsero attorno a capi che si ritenevano muscolari difensori delle istanze del popolo. Questi erano ruvidi, ignoranti e sanguinari, ma seppero sventolare la bandiera del riscatto sociale e divennero uomini-simbolo della rivolta contro un governo autoritario e classista. Una credibilità politica la vantò il giovane avvocato di Piaggine, Giuseppe Tardio, grande agitatore nel Basso Cilento, vale a dire negli stessi luoghi dove una trentina di anni prima erano stati spenti i bagliori della rivoluzione antiborbonica del canonino Antonio de Luca. Tardio occupò una decina di paesi scontrandosi più volte con la Guardia Nazionale e l’esercito.
Le bandiere del lealismo furono sventolate anche da Varone, Vuolo, Pietro Oliva e altri cinque sei capibanda sui monti della costiera amalfitana, e da Giardullo, Tranchella, Scarapecchia e Masini nel circondario di Campagna e nel Vallo di Diano. Vuolo, sui monti Lattari, e Scarapecchia nel Cilento, ribadirono la loro fedeltà ai Borbone e al Papa con sconclusionati e deliranti proclami, ma in realtà si abbandonarono a comportamenti criminali.
Più credito, sul piano dell’azione sociale, può essere riconosciuto a Gaetano Manzo, il quale in uno dei processi sostenne di aver capeggiato una lotta di classe per “togliere agli sfruttatori degli operai e dare ai poveri”….

(continua)
Fonte: Briganti Salernitani, 1 (Il Mattino)

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