conoscere Giambattista Basile (terza puntata)

Si dice che vi sono due metodi per cancellare l’identità di un popolo: il primo, quello di distruggere la sua memoria storica; il secondo, quello di sradicarlo dalla propria terra per mischiarlo con altre etnie.

In questa puntata sul Basile allegherò un’altra favola da “Lo Cunto” letta da Peppe Barra: La serva d’aglie, trattenemiento sesto de la iornata terza.

Venezia e Candia

… Venezia viveva la stagione del suo pieno splendore, anche se impercettibili segnali potevano già prefigurarne il declino. La particolare scenografica struttura urbana della città a specchio del canale e dei suoi rii, quella febbre liquida che strema il fondo delle case, quella luce che a certi momenti del giorno trasforma l’architettura in elemento pittorico, il lento ciangottante sussulto delle gondole a riva nell’attesa di clienti, a contrasto con la congestione multicolore e vivace degli abitanti e dei “foresti” che intasavano calli e campielli, l’offerta persino procace delle rutilanti mercanzie in mostra ad ogni imbarcadero, il bruscio dolce e un po’ smidollato del dialetto, lo strepito dei colombi quando s’alzavano in volo dai cornicioni lanciandosi come in picchiata sul selciato a intralciare i passi dei pedoni e viandanti, e le serenate, i canti, le fiaccolate che a sera trasformano la laguna in un tremolio di luci raddoppiato dal riflesso dell’acqua, la bellezza dorata ambigua e quasi ammiccante delle veneziane, lo sfarzo luccicante delle stoffe, sete e damaschi … Tutto questo dovette affascinare il Basile che pure proveniva da una città diversa ma non diversamente caotica nella straccioneria della sua plebe come nell’opulenza della sua nobiltà qual era la Napoli che appena qualche anno prima egli aveva lasciato dietro di sé.
E tuttavia superato un primo momento di stupefazione, o d’ammirato e frastornante sgomento, il Basile, che l’esperienza di vita aveva ormai dotato di sufficiente diplomazia e abilità e sornione buon senso, cominciò a muovere le proprie pedine.
Come uomo di lettere, sia pure agli inizi della carriera e con esiti quasi fallimentari alle spalle, per lo meno sul piano del successo, e come uomo di nascita non umile, trovò modo d’entrare nella cerchia della molte, doviziose ed aristocratiche famiglie di cui la città lagunare grondava, e qui gli riuscì quello che in precedenza a Napoli non gli era riuscito, e cioè far apprezzare  per la prima volta le sue doti di fine erudito e di artista.
Come soldato, venne destinato di lì a qualche tempo con suo reggimento a Candia, minacciata da incursioni dei turchi che ambivano al possesso dell’isola, e però il passaggio dalla vita serena e forse gaudente di Venezia alla disciplina della più dura realtà militare non fu immediato, e il Basile poté continuare ancora per mesi a trascorrere giornate quasi spensierate dal momento che a Candia s’era costituita una piccola colonia di famiglie venute da Venezia, come i Mocenigo, i Morosini, i Pisani ed altri, presso le quali per le sue già conosciute e ammirate qualità di letterato egli trovò benevola accoglienza. Non solo: ma Andrea Cornaro, mecenate e poeta in proprio, che aveva fondato a Candia l’Accademia degli Stravaganti, lo volle come associato, e il Basile vi si iscrisse scegliendo il nome di “Pigro“. Sul finire del 1606 rifulsero lampi di guerra con la Spagna: a motivo della lotta tra veneziani e il papa, il conte di Fuentes ebbe ordine di re di Spagna di portare l’esercito ai confini della Repubblica, che subito iniziò gli armamenti e allestì una grande flotta al comando di Giovanni Bembo. Agli allarmi d’una imminente guerra, grazie alla mediazione di Enrico IV, fortunatamente non tennero dietro i tuoni delle artiglierie; ma la flotta del Bembo, rinforzata frattando da altre venti navi di Candia armate dai veneziani, ugualmente si portò a Corfù, e il Basile (che per temperamento era un convinto pacifista), imbarcato su una di esse ebbe l’oppurtunità di distinguersi anche come militare, nelle manovre d’attacco da parte ottomana alle coste d’Epiro. La flotta poi si sciolse quando, col sopraggiungere dell’inverno, gli avversari si ritirarono nei loro quartieri.
Così nel 1608, assolti i suoi impegni nei confronti della Serenissima, forse anche annoiato o stanco d’una vita che senza subbio non doveva risparmiargli pericoli, il Basile decise di rientrare a Napoli: e vi tornò circonfuso da un alone di imprese gloriose compiute in paesi lontani ma anche accompagnato (finalmente!) da una già consolidata reputazione di letterato importante.

(fonte “Protagonisti nella storia di Napoli – Giambattista Basile”, Elio de Rosa editore)

Di seguito vi carico la lettura di “La serva d’aglie, trattenemiento sesto de la iornata terza” di Peppe Barra.
[audio http://www.fileden.com/files/2011/12/13/3238167//Basile Giovan Battista – Il Pentamerone – 02.mp3]

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