Sulla morte di Giorgio Bocca.

E’ quasi impossibile scrivere qualcosa di sensato quando un uomo viene a mancare. Anche quando si tratta di un omicida, di un dittatore o ad esempio di un razzista.
Forse non è nemmeno giusto scrivere un articolo e far scaturire una polemica, per di più il giorno di Natale. Sembrerebbe sciacallaggio e la società, si sa, è reticente se non addirittura superstiziosa. I morti devono essere lasciati in pace.
Ma a poche ore dalla notizia della morte del giornalista si leggono parole durissime da parte di tante persone del sud Italia e poche persone, per la verità, tentano disperatamente di spiegare che il silenzio ed il rispetto sono da preferirsi.

Perché accade ciò?

Giorgio Bocca ha avuto evidentemente una vita contraddittoria.
Da un lato la sua formazione da partigiano, un partigiano in ritardo (come tanti) ma dall’altro il suo nome compariva tra i firmatari del manifesto della razza (del 1938).
Negli ultimi anni si è tentato di coprire, con tesi disparate, questo “peccato originale” di Bocca.
Alcuni hanno sostenuto la tesi di un caso di omonimia ma per dovere di cronaca bisogna ricordare che Bocca non ha mai confermato né smentito.
E allora viene il turno di altri che sostengono che all’epoca Bocca era troppo giovane per capire profondamente quel testo.
In pratica si cerca in tutti i modi di salvare l’immagine di un uomo che ha ricoperto il ruolo di intellettuale nell’Italia del secondo dopoguerra fino ai giorni nostri.

Da un lato saggi sulla condizione dei lavoratori nelle fabbriche a Torino (molti dei quali del sud) ma dall’altro ci sono le sue innumerevoli dichiarazioni anti-meridionaliste. Un odio per il sud che spesso veniva declassato, dai colleghi, a semplice “provocazione”, le suddette provocazioni però avevano il sapore di razzismo, di odio profondo.
Chiaramente lì dove c’è odio, razzismo e divisione c’è paura ed ignoranza. In una “tavola rotonda” (in una puntata di “Passepartout” dedicata ai Borbone) composta dal critico d’arte Philippe Daverio, Lina Wertmüller, Amedeo Tarsia in Curia e Mario D’Urso, Bocca viene continuamente sconfessato e viene messa in evidenza la sua profonda ignoranza sulla storia del sud Italia, sulle abitudini delle genti del sud.

Altre sue famose dichiarazioni anti-meridionaliste furono quelle rilasciate durante un’intervista a “Che tempo che fa” con Fabio Fazio (visibilmente imbarazzato) e un’ultima dichiarazione, di pochi mesi fa, che vorrei trascrivere qua:

«(…) paesaggi meravigliosi e questa gente orrenda (…). Insomma, la gente del Sud è orrenda (…) contrasto incredibile fra alcune cose meravigliose e un’umanità spesso repellente».

Una volta si sarebbe trovato in una viuzza vicino al palazzo di giustizia di Palermo: ” Poesia? Per me è il terrore, è il cancro. Sono zone urbane marce, inguaribili. Il Sud fa talmente schifo che se vai lì ne cavi di sicuro qualche bell’articolo (…). Li vado a caccia grossa di belve. Insomma, non sei grato alle belve, fai la caccia grossa, ma non è che fraternizzi con le belve”.

«C’era una puzza di marcio, con gente mostruosa che usciva dalle catapecchie».

«Vai a Napoli ed è un cimiciaio, ancora adesso». L’intervistatrice, disperata, cerca di fargli dire qualcosa di gentile sui meridionali, gli chiede se non veda «poesia, saggezza» nel modo di vivere di quelle parti. E lui: « «Qualche parola buona sul Meridione nei miei libri si trova perché è necessaria un po’ di ipocrisia. Sapevo sempre che dovevo tener buoni i miei lettori meridionali, quindi davo un contentino».

Queste parole, che a mio avviso non possono essere semplicemente bollate come provocazioni, hanno suscitato, insieme ad altre tante esternazioni, quel forte disagio che ho letto e che leggo su internet (spesso perfino invettive).
Questo può essere interpretato come un campanello d’allarme: Il sud è fortemente legato al culto dei morti, rispetta in modo quasi nevrotico i luoghi di sepoltura, basti pensare al “cimitero delle Fontanelle” a Napoli o alle “Catacombe dei Cappuccini” a Palermo, per non parlare degli scolatoi per i morti. Quando anche le ataviche imposizioni sociali sul rispetto della morte vengono “superate” significa che esiste un movimento sotterraneo di idee nel sud Italia che si sta stratificando e che si sta sottovalutando.

C’è un sud lasciato sempre più solo, sempre più diviso e c’è questo movimento sotteraneo, un giorno bisognerà farci i conti.

Con questo articolo mi permetto di parlare a nome delle genti del sud:
Salutiamo comunque Giorgio Bocca pur essendo stati vessati, umiliati e scherniti.
Salutiamo comunque Giorgio Bocca perché rispettiamo i morti anche se non abbiamo avuto rispetto dal Bocca vivo e lucido.
Salutiamo comunque Giorgio Bocca perché l’idea di affrontare un morto non è nobile.

Salutiamo Bocca pur avendo idee diametralmente opposte alle sue, non faremo l’errore di soffiare sulle sue fiamme d’odio. Noi abbiamo il ricordo delle sue parole e questo ci basta.

Le parole false non solo sono cattive per conto loro, ma infettano anche l’anima con il male. (Socrate, da Fedro, 91)

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5 thoughts on “Sulla morte di Giorgio Bocca.

  1. Parole di grande equilibrio, le condivido. “Una repubblica partigiana”, che racconta i quarantaquattro giorni di libertà della Val d’Ossola che cacciò i nazisti, resta uno dei libri più appassionati che abbia letto. Mi dispiacque anche per questo quando scoprii che il suo autore era pieno di pregiudizi volgari e – come leggo anche qui – persino ignobili. Comunque, pace all’anima sua.

  2. Articolo molto bello

    Io non lo conoscevo molto bene, sono troppo giovane. Ma più leggo le sue interviste più mi viene quasi da piangere. “Della Costituzione italiana me ne frego. A me importa la costituzione morale. Credo di più al Vangelo che non alla Carta.”

    Ovvero, capisco che un provocatore, ma secondo me non era la vocazione di provocatore a dargli fiato, ma una certa aberrazione fascistica della realtà. Da buon ariano si credeva superiore all’intera razza umana e a ogni persona che lo circondasse… riteneva degno di rispetto solo il padreterno. No mi spiace, non mi piaceva il personaggio e neanche accetto di vederlo santificato (anche da persone dalle quali non me l’aspettavo, tipo Marco Travaglio). Ma a questo punto come suggerisci, tocca dimostrare un po’ di buon senso.

    “non faremo l’errore di soffiare sulle sue fiamme d’odio. Noi abbiamo il ricordo delle sue parole e questo ci basta”.

    • chi ti dice che non guardiamo la luna?
      Se vogliamo parlare di come il sud sa parlare di se stesso lo possiamo fare. Sciascia, Maria Ortese (“Il Mare non Bagna Napoli”), Ruggero Cappuccio, Saviano (un altro giornalista), Vincenzo Consolo (Nfernu veru. Uomini e immagini dei paesi dello zolfo) e potremmo inserire anche nomi meno recenti come Tomasi di Lampedusa e Federico de Roberto…

      Ti scrivo questo: “Forse tutta l’Italia sta diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma…” Leonardo Sciascia.

      Non ci siamo sfogati, abbiamo semplicemente riportato le sue parole. E’ un errore questo?

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