conoscere Giambattista Basile (seconda puntata)

Si dice che vi sono due metodi per cancellare l’identità di un popolo: il primo, quello di distruggere la sua memoria storica; il secondo, quello di sradicarlo dalla propria terra per mischiarlo con altre etnie.

In questo e nelle prossime puntate dedicate al Basile allegherò al testo una lettura di una favola presa direttamente da Lo Cunto, letta da Peppe Barra. Purtroppo le registrazioni non sono perfette ma sono comunque godibili.

Carattere del Basile ed i suoi rapporti con Giulio Cesare Cortese

… Il Basile dunque nacque a Giugliano da Giangiacomo Basile e da Landonia Milone da decorosa e numerosa famiglia. Ebbe vari fratelli e sorelle, tutti più o meno artisti e cortigiani, in maniera preminente sugli altri Adriana, nata attorno al 1580 e conosciuta con l’epiteto di La bella Andreana: famosa cantante e strumentista presso le vari corti italiane, soprattutto a Mantova, dove fu chiamata su segnalazione di Claudio Monteverdi e dove un anno dopo dal suo arrivo venne nominata “virtuosa” di corte (che rappresenta il massimo livello per l’epoca). Molto vicina al fratello Giambattista, sia artisticamente che praticamente aiutandolo in molto momenti della vita.
Per quanto riguarda l’infanzia del Basile si brancola nel buio per mancanza di documenti (o difficoltà nel reperirli), anche l’iconografia è scarsa: ci fu un ritratto ad olio eseguito da Battistello Caracciolo, ma la tela andò distrutta, e gira solo nelle varie ristampe delle sue opere; un’incisione di Nicola Perrey ricavata probabilmente dal ritratto di Battistello, a cui si rifecero più o meno simili altre copie di altri incisori.
Nell’ovale è effigiato – circondato dalla dicitura Eques Joannes Baptista Basile Toronis Comes (il cavaliere Giovan Battista Basile conte di Torone: fu insignito del titolo nobiliare di “eques auratus” e conte Palatino da ferdinando Gonzaga, e fu nominato anche conte di Castelrampa e Cavaliere) – il busto di un uomo che sembrerebbe di mezza età, piuttosto stempiato, le mani mollementi intrecciate sul petto, il giustacuore dall’alto colletto rialzato dietro la nuca finemente ricamato, pizzetto e folti baffi a manubrio (più corretto nominarli mustacchi).
Nel saggio introduttivo al Pentamerone (lo Cunto) tradotto in italiano dall’antico dialetto, il Croce lo descrive deluso e amareggiato di fronte ai maneggi e agli intrighi di corte, e al tempo stesso come un accorato, impotente spettatore dei soprusi ministeriali ai danni del popolo: “costretto ad aggirarsi nelle corti, provava continue punture e trafitture alla vista della meschina e spesso cattiva lotta per la vita che in quelle si combatteva, e che spingeva sempre più avanti i più audaci nel mentire, nell’intricare e nel mal fare. Governatore feudale, assisteva alle estorsioni che si esercitavano sui miseri vassalli, dai baroni in primo luogo e, sul loro esempio, dai loro ministri; e, sollecito da una parte di serbare netta la coscienza, tornava da quegli uffici povero com’era andato, sostenendo poi i sorrisi di compassione degli uomini accorti circa la sua dabbenaggine, che sempre gl’impediva di approfittare delle buone occasioni offertegli dalla fortuna”.
Al contrario Enrico Malato, nell’introduzione alla Opere poetiche del Cortese, ne parla come di un uomo perfettamente inserito nella società cortigiana del suo tempo e piuttosto fortunato con i protettori nobili, tanto da suscitare l’invidia sia degli stessi familiari che dell’amico Cesare Giulio Cortese.

Furono compagni di scuola, il Basile ed il Cortese e, stando alle reciproche manifestazioni pubbliche, si amarono fraternamente. Giulio Cesare Cortese, che era stato il primo ad innalzare il dialetto napoletano a dignità d’arte, e che nel poemetto in ottave Viaggio di Parnaso del 1621 rivendica il pieno diritto di cittadinanza nella repubblica delle lettere della nuova letteratura dialettale, persino servile omaggio alla grandezza dell’autore di Lo Cunto quando, proprio in quell’opera, al canto IV, narrando d’un suo sogni così ne esalta il valore e i meriti:

na femmena cchiù lustra de l’argiento
che portava l’ascelle e no trommone
dicenno: “Chi fu maie de Battro e Tile
famoso cchiù del Cavalier Basile?

Dire non saparria quanto sentiette
piacere, audenno nommenare a chillo,
che la fortuna ammico me facette
da che ieva a la scola, peccerillo.

E il Basile, che già aveva premesso alla Vajasseide cinque componimenti scherzosi per la prima volta scritti in dialetto – due in versi, tre in prosa – ricambiò l’omaggio ricordando il Cortese nell’introduzione ad una sua Ode del 1628 come “il più caro, il più onorato amico dell’autore, che le sacre e sante leggi dell’amicizia serbar sapesse… il quale, con meraviglia di chi ‘l conobbe, mostrò la grandezza dell’ingegno nella piccolezza del corpo, la ricchezza della virtù nella povertà della fortuna, e l’immortalità del merito nella brevità della vita”. Ma forse dietro queste manifeste dichiarazioni di vicendevole stima, amicizia ed affetto si nascondeva una sorda competitività o addirittura rivalità. Intanto la dice lunga, da parte del Basile, quell’accenno alla “piccolezza del corpo”, ché difatti il Cortese fu di statura bassissima e ne soffrì facendosene un continuo complesso.
E a paragone degli incarichi che il Basile ottenne presso le varie corti d’Italia, quanto più sfortunato, infelice e breve fu il periodo che il Cortese visse, sotto la protezione del Granduca Ferdinando di Toscana a Firenze. Dove gli capitò d’innamorarsi d’una dama di corte dedicandole sonetti e madrigali ma, quando le si dichiarò, sembra abbastanza audacemente, ne venne con brutalità respinto. (Pare, secondo quanto narra lo Zito, che alla profferte e richieste d’amore del Cortese la bella dama, con molta poca eleganza e raffinatezza quali si convenivano per lo meno al suo rango, si levasse uno scarpino picchiandolo a più riprese sulla testa del poeta). Che umiliato e sdegnato se ne tornò a Napoli covando fieri propositi di vendetta: che troveranno poi attuazione proprio nella Vajasseide (una feroce parodia, appunto, delle Dame della Corte di Firenze rappresentate come serve, o vajasse).

(fonte “Protagonisti nella storia di Napoli – Giambattista Basile”, Elio de Rosa editore)

Di seguito vi carico la lettura di “Viola – Trattenemiento terzo de la iornata secunna” letto da Peppe Barra.

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