piccolo approfondimento su Gianni Punzo

Gianni Punzo la gridava in faccia ai magistrati, la sua innocenza. Gesticolando, paonazzo in volto, si difendeva dalle accuse infamanti di flirtare con i camorristi per creare il Cis, il grande centro all’ingrosso vicino Nola. Non sapeva che, involontariamente, stava raccontando anche l’incredibile ascesa sociale di un “pannazzaro” di piazza Mercato, di un venditore tessile che, nato nel rione popolare a due passi dalla stazione, va a vivere, rispettato, nel quartiere della Napoli che conta.
“Io nasco qui, in via Firenze, sono cresciuto giù al mercato e oggi abito a via Petrarca. Per fare quegli otto chilometri c’ho messo 30 anni, ho fatto due metri al giorno. Per questo io difendo il Cis, la mia creatura. Perché il Cis è pulito! Il Cis è leale! È lo sforzo di tante persone che hanno creato un mercato di migliaia di miliardi senza l’assistenza di nessuno, né della malavita né dei politici”.

Lo sfogo è tratto da un verbale inedito della Dia del 1995, quando l’imprenditore finì in galera con l’accusa di associazione a delinquere. Tredici anni dopo Punzo, 70 anni, non ha ancora finito la sua maratona: zitto zitto è diventato uno degli uomini più ricchi e potenti della Campania, alla testa di un impero che macina miliardi di euro, socio paritario di Diego Della Valle e Luca Cordero di Montezemolo nell’affare dell’Alta velocità.

Una vita da film, che intreccia amicizie spericolate e importanti rapporti politici, conoscenze che, unite a un cervello creativo e visionario (come ammettono anche i suoi nemici), in tre decenni hanno permesso la costruzione dell’Interporto. Una struttura commerciale talmente ben fatta che i cinesi la riprodurranno, in scala più grande, a Tiangjin.

“È uno degli uomini più scaltri e intelligenti in circolazione. Gli imprenditori campani sono deboli, lui ha approfittato del vuoto ed è diventato padrone assoluto”, dice un esponente di Confindustria. Punzo ha fatto filotto e colleziona cariche e aziende come fossero farfalle: presidente del Cis, dell’Interporto e del centro servizi Vulcano Buono, con cui controlla parte enorme degli scambi all’ingrosso del Mezzogiorno, consigliere della finanziaria Cisfi e vice presidente di una banca.

Ha messo da poco le mani sulla stazione marittima del porto e pensa di strappare agli spagnoli di Ferrovial l’aeroporto di Capodichino. Il Cavaliere del lavoro si muove con le spalle coperte dai portafogli dei suoi mille soci, ma non disdegna avventure solitarie con “Luca e Diego”. Trasversale come pochi, la sua cavalcata ha sponsor importanti. Da Pomicino a Mastella, da Altissimo fino a Bassolino, che da governatore ha indirizzato ingenti fondi pubblici nei grandiosi progetti del mercante. In città hanno capito quanto Punzo pesasse davvero, nell’estate del 2006 il ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli nominò la moglie Geppina Gambardella – del tutto a digiuno di teatro e balletti – viene nominata consigliere d’amministrazione del prestigioso Teatro San Carlo.

BETTINO E POMICINO
La forza di Punzo è nel gioco di squadra. Lui unisce, coordina, inventa e gestisce i soldi degli altri. Garantendo, quasi sempre, profitti a sei zeri. L’arte di vendere la impara nella bottega del padre, ma giovanissimo con i fratelli fonda la Puntex, da cui esce definitivamente nel 1986. Napoli gli sta stretta: dieci anni prima con un gruppo di commercianti decide di trasferirsi pezze e bagagli da piazza Mercato nei territori vicino Nola, al tempo dominata dal boss Carmine Alfieri.

Uno dei fondatori del Cis è Raniero Coletta, finito nel mirino della Dia nel 1998 e nel 2006: accusato prima di associazione camorristica e poi di essere prestanome del capoclan Mario Fabbrocino, è stato sempre assolto. Il centro diventa in pochi anni una realtà gigantesca: oggi conta 320 aziende consociate, 3.500 addetti e un giro d’affari che sfiora i 7 miliardi l’anno. Un complesso che senza l’aiuto di fondi pubblici non sarebbe però mai stato costruito. Se Pasquale Casillo, ex re del grano, accusò Punzo di aver ottenuto i finanziamenti agevolati per l’allargamento del Cis grazie all’appoggio di Paolo Cirino Pomicino, è lo stesso imprenditore a spiegare ai pm come arrivarono i soldi.

“Il finanziamento l’abbiamo avuto da Renato Altissimo (ministro dell’Industria dal 1979 al 1986, ndr) che creò la legge 41 per i centri alimentari all’ingrosso. Noi chiedemmo se non era possibile includere anche noi, un centro commerciale. Andammo a Roma, Altissimo disse che c’era legittima aspirazione da parte nostra”. Dall’Isveimer arrivarono oltre 61 miliardi di lire, nell’86 Bettino Craxi andò a tagliare il nastro rosso. Pomicino era presidente della commissione Bilancio.

Negli anni ’80 e ’90 il giro di Punzo è influente, coinvolge politici, magistrati e industriali. Grazie a Salvatore D’Amato, padre di Antonio ex leader di Confindustria, viene nominato Cavaliere del lavoro. Punzo è vicepresidente del Calcio Napoli, ospite fisso del “Processo” di Biscardi, stringe rapporti con Mastella. Quando i suoi soci hanno problemi fiscali – ammette Punzo nei verbali – va a trovare il super ispettore del Secit Antonio Merone e il generale della Finanza Luigi Ramponi, oggi parlamentare di An, che in un’occasione gli regala anche un foulard per la moglie.
Una rete che non riesce a proteggerlo quando Alfieri e Galasso, grandi pentiti della camorra, lo indicano come loro complice in storiacce di ogni genere. “Pago la mia abilità di ‘pattinare’. Non ho mai negato di conoscere Carmine Alfieri sin dal 1959, e che questa persona mi abbia fatto timore in un certo momento della mia vita. Non sono un eroe”, dice Punzo ai pm che lo arrestano. Il re di Nola viene tenuto in carcere per oltre 50 giorni, le accuse sono pesanti: associazione camorristica, appalti truccati, tangenti.

Alfieri lo accusa persino di essere il mandante degli attentati incendiari contro il proprietario del Napoli Corrado Ferlaino, intimidazioni con cui Punzo avrebbe tentato di prendersi il Napoli. L’ex ‘pannazzaro’ nega tutto, “sono una vittima della malavita”, ripete. I giudici gli credono, e due anni dopo il gip derubrica l’accusa di associazione camorristica in quella di favoreggiamento, reato che risulta prescritto.

LA STRANA COPPIA
Dal successo alla polvere, Punzo sembra un uomo finito, la sua parabola declinante. Si sbagliano in molti. La rinascita è repentina, dovuta alla sua tenacia e a rapporti più saldi del previsto. L’amicizia con Montezemolo comincia trent’anni fa, a Capri. I due sono come il giorno e la notte, opposti per temperamento e stile: meroliano e teatrale Punzo, che parla a mitraglia in dialetto napoletano stretto, aristocratico e snob il capo della Ferrari. Pare che la strana coppia si conosca quasi per caso, quando Punzo vende il suo Magnum al giovane collaboratore dell’avvocato Agnelli, in cerca di un motoscafo per scorrazzare intorno ai Faraglioni.

La settimana agostana a Cortina diventa una tradizione. Se gli impegni lo consentono, i due si incontrano a feste e matrimoni dei (tanti) comuni amici. Quando Punzo finisce dietro le sbarre di Poggioreale, Montezemolo è il primo a esprimergli solidarietà: nonostante i sospetti e le chiacchiere, le accuse gravissime e i processi, Montezemolo non lo abbandona. Anzi. Le grandi mangiate da Mimì alla Ferrovia, dietro piazza Garibaldi, diventano un must, dove tra antipasti di mare e linguine al pomodoro nascono i primi affari a braccetto: Luca decide di investire nella Cisfi, la finanziaria del Cis, mentre la Fiat Engineering (ceduta poi nel 2004) prende il 4 per cento dell’Interporto.

Non solo: i soldi del presidente del Lingotto finiscono anche nella Banca Popolare di Sviluppo, inventata da Punzo nel 2001. I due compagni sono inseparabili: nel 2006 Punzo riceve la laurea honoris causa in “management aziendale internazionale” dall’università Parthenope, Montezemolo prende un aereo per applaudirlo in prima fila. E Gianni è tra i selezionatissimi ospiti del party per i 60 anni del leader di Confindustria.

Il suo potere in Campania è all’apice ma, grazie all’amico, Punzo può allargare i confini del suo impero. Da piazza Mercato a piazza Affari. Nel 2005 fa il salto nella galassia che conta entrando nel fondo Charme. Un private equity di cui fanno parte Della Valle, Isabella Seragnoli, Vittorio Merloni e la famiglia Montinari. L’anno dopo Punzo ricambia il favore, e propone al presidente di Confindustria di investire nei treni ad Alta velocità. L’idea, in realtà, è di Giuseppe Sciarrone, ex dipendente delle Fs e ad della Rail Traction Company.

Per sfruttare la liberalizzazione del trasporto passeggeri nasce la Nuova Trasporto Viaggiatori (NTV), che ha l’obiettivo dichiarato di fare concorrenza alle Fs. Luca e Gianni coinvolgono anche Della Valle, e i tre si spartiscono equamente le quote: ora hanno il 25,3 per cento a testa. Un gruppo di fuoco che può contare sull’amicizia e l’appoggio di Corrado Passera di Intesa-San Paolo, che è prima entrata nel 20 per cento dell’azionariato (l’operazione è costata all’istituto 60 milioni di euro) poi ha garantito i 650 milioni che hanno permesso di ordinare 25 treni dalla francese Alstom.

Sotto al Vulcano Il core business del potere di Punzo, ovviamente, resta saldamente ancorato a Nola. Il parterre dell’inaugurazione del mega centro commerciale “Vulcano Buono” è dimostrazione plastica di come le cose vadano a gonfie vele. “C’erano tutti, non mancava nessuno”, gongolava l’imprenditore il giorno dopo l’apertura, quando la struttura di Renzo Piano, definita da qualche giornale “l’architettura che sfida la camorra”, aveva iniziato a macinare scontrini.

Più che a Romano Prodi e al vescovo Beniamino Depalma e ai vari ministri, assessori e imprenditori venuti a rendergli omaggio, il 6 dicembre Punzo ha sorriso compiaciuto quando i suoi occhi hanno incrociato Paolo Mancuso, il magistrato che lo aveva ammanettato dodici anni prima. Un’apparizione catartica, una pietra definitiva sopra il passato. Anche la presenza dei manager di Auchan e Simon Property, proprietari di una quota importante del centro servizi, fotografava la solennità del momento. Sulla nascita del Vulcaniello, però, pesano ancora dubbi e polemiche.
L’opera monstre non ha infatti mai ottenuto la concessione edilizia da parte del comune di Nola: i lavori – come hanno sottolineato due interrogazioni parlamentari – sono partiti solo grazie a Bassolino, che usando una vecchia legge per la ricostruzione delle aree colpite dal terremoto dell’80 ha firmato un’ordinanza che esautora il comune dalle sue prerogative. Tra ricorsi al Tar e blocco dei cantieri, l’amministrazione nolana la concessione non l’ha mai data – come scrive il sito del mensile ‘La voce delle voci’ – e spera di ottenere oggi, dopo aver perso denaro mai versato dall’Interporto, otto milioni dal Consiglio di Stato, dove pende una sentenza sugli oneri di urbanizzazione.

Terreni in concessione fino al 2080, forzature delle norme e sospetti di favoritismi secondo i senatori Tommaso Sodano (Prc) e Michele Florino (An) mettono a rischio la trasparenza dell’operazione. Ma sono in molti a storcere il naso anche per i 5 milioni investiti dalla Regione Campania per i corsi di formazione creati apposta per i dipendenti del Vulcano: la maggioranza dei contratti sono part time o a tempo determinato, e a tre mesi dall’apertura all’Auchan – nonostante il Vulcano promettesse di arricchire il territorio e dare piena occupazione – si parla già di primi esuberi.

Ho ripreso l’intero articolo di Emiliano Fittipaldi per “L’espresso”

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